7 Marzo 2019

Menarini dice “Stop alla violenza di genere”

violenza sulle donne

Il Gruppo Menarini dice basta alla violenza di genere e lo fa dando il suo contributo non condizionante per la promozione di corsi di formazione per i giornalisti.

Il progetto “Stop alla violenza di genere. Formare per fermare” ha finora coinvolto oltre 700 specialisti dell’informazione in diverse regioni italiane, con l’obiettivo di combattere pregiudizi e stereotipi fornendo fonti, dati, conoscenze medico-scientifiche, psicologiche, normative e soprattutto linguaggi per capire fino in fondo il fenomeno della violenza sulle donne.

Imparare a usare le parole giuste con cui raccontare questi fatti di cronaca è il primo e indispensabile passo da cui partire.

Violenza sulle donne: le parole da bollino rosso

In Italia, nel 2018, sono state uccise 69 donne, 7 milioni sono state picchiate, maltrattate o violentate. Dal 2000 a oggi, si è consumata una strage con 3100 vittime e oltre 22.000 donne – in media 6 al giorno – che si sono rivolte ai Centri Antiviolenza, secondo i dati relativi agli ultimi 10 anni dell’Osservatorio Sociale Regionale.

Il 23 febbraio 2019, in occasione dell’incontro fiorentino di “Stop alla violenza di genere. Formare per fermare”, magistrati, psicologi, criminologi, medici e giornalisti hanno messo a punto un Decalogo delle parole da non usare nei casi di violenza di genere; perché continuare a usare frasi come “è stato una follia” o, peggio, “lei lo tradiva” contribuisce solo a rafforzare pregiudizi e stereotipi sminuendo la gravità del reato.

Il corso, accreditato dall’Ordine dei Giornalisti della Toscana, ha quindi l’obiettivo di aiutare gli specialisti dell’informazione a parlare di violenza sulle donne in modo appropriato, ma soprattutto di aumentare la consapevolezza del problema presso l’opinione pubblica.

Il decalogo delle parole sbagliate

Raccontare i fatti con le parole giuste è il primo passo per combattere le violenze: da questa riflessione è nato l’impegno di Menarini che ha promosso i corsi di formazione e la creazione del decalogo.

RAPTUS: nessun femminicidio avviene mai all’improvviso, è sempre l’esito di un’escalation di violenza che non è stata intercettata o fermata in tempo.

FOLLIA: usare questa parola è un modo per regalare un alibi emotivo al carnefice e fa pensare che chi compie questi delitti sia una persona con disturbi psichici.

AMORE MALATO: questa espressione è un ossimoro, l’amore è il contrario della violenza, che non può mai essere descritta come l’esito di una passione amorosa.

DESCRIVERE COME ERA VESTITA LA VITTIMA: lascia passare l’idea che ci sia una giustificazione possibile per gli atti violenti, umiliando la donna e la sua libertà di scelta.

DESCRIVERE IN DETTAGLIO LE FERITE SUBITE: è un atteggiamento morboso e voyeuristico che provoca soltanto dolore nella vittima, senza aggiungere nulla a ciò che l’opinione pubblica può conoscere dei fatti.

“ERA UN BRAVO RAGAZZO”, “UN PADRE PREMUROSO”, “UN UOMO BUONO” ECC: è come sminuire la versione dei fatti della vittima, come dubitare che sia possibile quanto è successo.

“SE L’È CERCATA”: significa colpevolizzare la donna e dare un perché a gesti che non possono essere in alcun modo giustificati.

“LEI LO TRADIVA”: è un dettaglio privato che crea un alibi che colpevolizza la donna.

“PERCHÉ LEI NON LO HA LASCIATO?” Andarsene per le donne non è mai semplice e i motivi possono andare dal ricatto economico, alla presenza dei figli, alla paura di essere giudicate dall’esterno.

“DARE PIÙ SPAZIO AI DELITTI CHE COINVOLGONO STRANIERI”: distorce dalla realtà che vede come autori delle violenze, mariti, compagni, o familiari stretti in oltre il 70% dei casi.

Stop alla violenza di genere. Formare per fermare

«Trovare le parole giuste per trattare un tema tanto delicato, che rispettino le donne e non le colpevolizzino, è indispensabile. – interviene Danila Pescina, psicoterapeuta e criminologa – Tra le parole più sbagliate e purtroppo più comuni, “raptus” e “follia”: nessun femminicidio avviene all’improvviso ma è l’esito di un’escalation di violenza che non è stata intercettata o fermata in tempo. Una violenza iniziata molto tempo prima: magari prima solo psicologica, pericolosissima perché inizia a far vacillare lo status psichico ed emotivo della vittima, poi il primo schiaffo, fino ad arrivare agli agghiaccianti casi di cronaca di cui sentiamo parlare ormai troppo spesso. Altrettanto inaccettabile anche la parola “follia”, perché regala un alibi emotivo al carnefice e fa pensare che chi compie questi delitti sia una persona con disturbi psichici, ma ormai sappiamo bene che non è sempre così. È certamente importante parlare della “dipendenza affettiva” che sta alla base di molte di queste relazioni violente, invece dell’uso improprio del termine “amore malato”

«La lettura morbosa dei fatti finisce per minimizzare un reato che in Italia colpisce 7 milioni di donne – sottolinea Vittoria Doretti, direttora UOC Promozione ed Etica della Salute e Responsabile della Rete Regionale Codice Rosa della Regione Toscana – I dettagli scabrosi che non aggiungono nulla alla cronaca spostano l’attenzione dell’opinione pubblica sulla vittima, anziché sulla ferocia dell’aggressore. Dobbiamo evitare di accendere i riflettori in modo distorto: soffermarsi su “come era vestita la vittima” di una violenza o descrivere in dettaglio le ferite subite è come sottoporre le donne a una seconda violenza. Descrivere ciò che la donna ha fatto o non fatto, detto o non detto sulla base di dettagli scabrosi o violenti, può trasformare l’opinione pubblica in un tribunale in cui le donne si sentono giudicate e violate. Le parole vanno soppesate con estrema delicatezza, pur nel rispetto del diritto di cronaca, perché la lettura inappropriata dei fatti può avere conseguenze serie sulle vittime”. Riportare il racconto di parenti, amici, vicini di casa, che lui “era un ragazzo d’oro” o “un bravo ragazzo” è come sminuire la versione della vittima, come dubitare che sia possibile quanto è successo; dire che lei “se l’è cercata” significa colpevolizzare la donna e dare un perché a gesti che non possono essere in alcun modo giustificati, ledendo la libertà di ogni donna di vivere a suo modo.»

Altrettanto scorretto è dire che “lei lo tradiva” perché il tradimento non può essere in alcun modo letto come un alibi, considerando la donna un oggetto di proprietà maschile. È una frase da bollino rosso anche chiedersi “perché lei non lo ha lasciato?”: le dinamiche dei rapporti non possono mai essere semplificate e, spesso, nascondono ricatti, sudditanza psicologica, difficoltà economiche che non consentono di andarsene soprattutto se ci sono figli di mezzo.

«Le parole possono far seguire alla violenza, che segna per sempre, una violenza psicologica che non si rimargina di cui l’autore non è più il partner – osserva Alessandra Kustermann, direttora UOC del pronto soccorso Ostetrico-ginecologico e del Soccorso Violenza Sessuale e Domestica del Policlinico di Milano – Usare le parole giuste fa sì che l’opinione pubblica percepisca il fenomeno per come è davvero. Lo straniero solo raramente è l’aggressore, quando i media sottolineano l’etnia dell’aggressore, invece che la violenza inaccettabile che è stata subita dalla donna, spostano l’attenzione sulla diversità anziché sull’omogeneità dei comportamenti. Il problema non è legato alla cultura del singolo autore ma a una pericolosa concezione dei rapporti di forza tra uomini e donne: mariti e compagni sono nel 70% dei casi gli autori della violenza. La violenza di genere ci riguarda ed è trasversale a tutte le culture, le classi sociali, le etnie e le religioni. È una forma di razzismo contro le donne che accomuna e non divide.»

«Raccontare i fatti con le parole giuste è indispensabile per combattere le violenze: da questa riflessione è nato l’impegno di Menarini a sostegno di corsi che promuovano una maggiore consapevolezza in chi ha il compito difficile ma prezioso di informare e far sì che la società civile non abbassi mai la guardia sulla violenza di genere. Questa tappa fiorentina è particolarmente importante per noi – sostiene Valeria Speroni Cardi, Direttore Comunicazione Gruppo Menarini – perché è l’occasione per presentare il risultato di tanti incontri che siamo orgogliosi di sostenere. Il nostro impegno prosegue anche con il progetto per la lotta all’abuso sui minori, già avviato tre anni fa, che da aprile ripartirà da Roma su tutto il territorio nazionale per creare una Rete pediatri “SalvaBimbi.

Menarini dice “Stop alla violenza di genere” ultima modifica: 2019-03-07T16:04:19+01:00 da admin

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